Diverso é bello. Questo lo slogan che sembra imperversare negli ultimi anni all’interno del sistema moda.

Chi lo osserva dall’esterno, pensa che si tratti di un fenomeno passeggero di una “moda del momento”, che passerà.
Chi lo vive dall’interno dovrebbe invece rendersi conto, che forse la moda sta tornando alle sue origini, al tempo in cui vestirsi in un certo modo aveva un significato politico e sociale, prima ancora che estetico.

Quando mi sono avvicinata a questo meraviglioso mondo, circa otto anni fa, già si sentiva dire che oramai non ci fosse più nulla da inventare e che la moda avesse esplorato tutti i sentieri possibili.
Era l’anno in cui scomparve Alexander McQueen, genio indiscusso e grande innovatore.
Nel film “Prét-à-porter” del 1994 Robert Altman analizza il rutilante excursus del folle mondo della moda e conclude, che l’unico abito che conta davvero é quello che utilizziamo dagli albori dei tempi, il nostro corpo.

Quando si pensa agli anni ’20 subito vengono alla mente le frange degli abiti charleston, ma non si considera che quei vestiti meravigliosi servivano a coprire i corpi malnutriti usciti dalla Prima Guerra Mondiale. O che le spalle costruite e rigide dei tailleur anni ’40 servissero a dare l’idea di una donna forte e volitiva, in grado di reggere un Paese, mentre gli uomini si ammazzavano tra loro sui campi di battaglia.

Ogni epoca ha avuto il suo stile vestimentario, ma soprattutto ogni epoca ha avuto una sua fisicità distintiva. I canoni di bellezza sono quindi mutevoli così come lo sono le stagioni. Ciò che solo fino a qualche anno fa costituiva un punto di riferimento estetico oggi ci fa rabbrividire, sia che sia parli dei marsupi anni ’90 o delle efebiche top al limite dell’anoressia degli inizi del 2000.

Gli anni Dieci del Nuovo Millennio a mio parere verranno ricordati per una grande confusione, un ritorno al passato ed una nuova vision del futuro, di cui stanno lentamente gettando le fondamenta.
La moda sta tornando alle origini.
In un’epoca in cui si tende più che mai ad omologarsi per tirare avanti, la moda deve necessariamente tornare a distinguersi per sopravvivere.
Deve proporre modelli di bellezza, che vadano oltre la banalità del quotidiano e offrire ad un pubblico oramai globale nuovi punti di vista da cui osservare il mondo.
Questa é la sua responsabilità.

Se fino a qualche anno fa erano i designer più conosciuti ad investire su questi “freak” della moda ed a farli sfilare in passerella assieme alle top del momento (Jean Paul Gaultier docet), oggi sono i piccoli brand che investono su facce nuove e insolite. Vuoi perché mai come in questo periodo storico i creativi, anche quelli di altissimo livello, convivono con un senso di precarietà ed una paura di sfidare le richieste del mercato e sorprenderlo.  Ed ecco arrivare sempre più “modelli estetici” di riferimento, che sono lontanissimi dai canoni del bello classico.
Una fra tutte, l’italianissima Bebe Vio, appena ventenne campionessa paralimpica di scherma, che all’età di 11 anni fu colpita da una meningite fulminante che le comportò l’amputazione di avambracci e gambe. Durante i Giochi di Rio 2016 si é distinta per la sua forte personalità ed il suo ottimismo contagioso, che l’hanno resa corteggiatissima dalle aziende di moda di tutto il mondo.
In pole position, Maria Grazia Chiuri, neo-direttore creativo della maison Dior e prima donna a ricoprire questo ruolo, le dedica parte della sua prima collezione p-a-p, facendo aprire il defilé all’androgina modella Ruth Bell (molto somigliante alla stessa Vio) in perfetta tenuta da scherma.

A capitanare la rivalsa delle modelle curvy, altra categoria fin troppo ignorata dal fashion system, c’é Ashley Graham, giunonica top americana ambasciatrice di Marina Rinaldi e apparsa sulla copertina di Sports Illustrated Swimsuit Issue.
Winnie Harlow, testimonial di Desigual ed ex concorrente di America’s Next Top Model, é stata la prima modella con la vitiligine a calcare le passerelle.
O ancora Salem Mitchell, che i bulli tormentavano paragonandola ad una banana andata a male per via delle numerose lentiggini sul suo viso e che oggi é una delle modelle di punta delle celebre agenzia Ford Models.

Per finire con le ultime scoperte del fashion system, Jamie Brewer, prima modella con la Sindrome di Down, Brunette Moffy, prima cover girl strabica, Molly Bair e Iris Venema, ninfe dall’aspetto alieno, e Melanie Gaydos, modella americana che soffre di displasia ectodermica.

Per non parlare della modella Elliott Sailors, che tagliandosi i capelli e nascondendo il seno, ora sfila anche per la moda uomo, dove le carriere sono più durature. Assieme a lei anche Rain Dove, mentre le modelle trans Andreja Pejic e Lea T, nate uomini, sono diventate bellezze da passerella iper-femminili.

Questa ricerca dell’inconvenzionale si nota anche tra le top model, come Anna Cleveland e Issa Lish, che ricorda molto quella grande icona dello stile anni’60 che fu Penelope Tree.

Ciò che conta davvero é che la moda rivendichi dunque con orgoglio il suo essere outsider e fuori dagli schemi, perché come diceva la grande Coco ChanelSe vuoi essere unica, devi essere diversa”.

Alexander McQueen SS15

amanda lepore

Amanda Lepore

penelope tree, icona, moda

Penelope Tree

Bett Ditto, Jean Paul Gaultier,

Beth Ditto

Bebe Vio, Dior,

Bebe Vio // Ruth Bell

Bebe Vio

Bebe Vio

Bebe Vio, Dior

Bebe Vio

Jamie Brewer

Jamie Brewer

Ashley Graham, modella curvy,

Ashley Graham

Winnie Harlow modella vitiligine

Winnie Harlow

Winnie Harlow, modella vitiligine, desigual,

Winnie Harlow

salem mitchell

Salem Mitchell

Brunette Moffy, modella, strabismo,

Brunette Moffy

Anna Cleveland, modelle brutte,

Anna Cleveland

Issa Lish

Issa Lish  

Andreja Pejic

Andreja Pejic

Andreja Pejic

Andreja Pejic

Lea T, modella transgender

Lea T

Melanie Gaydos

Melanie Gaydos

Casey lagler, modella che sembra uomo

Casey Legler

Elliott Sailors, modella che sembra uomo

Elliott Sailors

Iris Venema

Iris Venema

molly bair

Molly Bair