Intro

Danit Peleg è una giovane fashion designer residente in Tel Aviv. Il mondo della tecnologia, da sempre uno dei suoi interessi, le ha portato fortuna. Laureatasi soltanto due anni fa, oggi è una dei talenti più giovani, grazie al suo approccio alla moda completamente innovativo. Interamente realizzata nel suo appartamento con una stampante 3D – qui maggiori informazioni sulla designer – la sua collezione finale ha fatto molto parlare di lei: il web è totalmente impazzito e chiunque parlava di lei, permettendole così di raggiungere 7 milioni di visualizzazioni su Facebook e di essere invitata ad una conferenza TED.

Questa fama le ha permesso anche di creare l’abito indossato dalla danzatrice Amy Purdy durante la cerimonia d’apertura delle Paralimpiadi di Rio e tutto ciò  fa parte della sua carriera, perché tutti i suoi sforzi oggi sono proiettati nel portare la tecnologia ad un gradino superiore, per poter tradurre le sue idee sulla moda digitalizzata nella realtà.

Di seguito l’intervista con la designer israeliana.

Enjoy!

Da dove hai preso l’idea della stampa 3D? Come è iniziata questa avventura e perché hai deciso di utilizzare nuove tecniche nel campo della moda, senza avere certezze nei risultati e una sicura approvazione dell’opinione pubblica?

Tutto è cominciato con uno stage a New York. Lì ho lavorato per una casa di moda, aiutandoli nella realizzazione della loro collezione 3D. Lavoravano con grandi stampanti industriali e la situazione era molto stressante, perché ogni abito costava circa 20.000$ ed erano più che altro abiti-scultura, ma composti in una plastica fragile che si rompeva ad ogni passo fatto dalle modelle. Tornata in Israele, un amico mi regalò una collana fatta con una stampante 3D: è stata la prima volta che ho visto come lavorava una stampante piccola. Ho pensato che se potevo stampare una collana, avrei potuto stampare qualsiasi cosa e, da quel momento, ho cominciato a fare ricerche per scoprire come mai queste piccole stampanti non erano usate dalle case di moda. Avevo soltanto 9 mesi per creare cinque tessuti da far indossare a cinque modelle e, solo dopo 3 mesi, ho realizzato che il mio progetto era possibile.

 

Cosa ti ispira?

Penso che la mia più grande ispirazione venga dal posto in cui vivo, Tel Aviv, una città molto innovativa. La tecnologia fa parte della nostra cultura. Ci sono molte start-up che stanno nascendo intorno a me, anche mio marito e i miei amici ci lavorano. Parliamo sempre di tecnologia e siamo sempre molto attenti alle ultime novità tecnologiche. Tutto quello che apprendo e vedo cerco di riportarlo sempre nella moda, creando tessuti indossabili e alla moda.

 

Tutte le tue collezioni si ispirano ad un’opera d’arte: parlami del tuo rapporto con essa.

Parte degli studi di moda comprendono anche lo studio dell’arte. Penso che tutto ciò che accade nella vita è un cambiamento che parte dalla storia dell’arte e va oltre. Ogni volta che inizio a lavorare ad una nuova collezione, creo una connessione con l’arte classica, come è successo per la mia collezione finale. Ho appeso nel mio studio l’opera La Libertà che guida il Popolo e ho cominciato a studiarla. Non immaginavo nemmeno che sarebbe stata il mio punto di partenza, ma sentivo che mi avrebbe guidata nel raggiungimento di grandi cose. Sono quindi andata oltre il significato, oltre la Rivoluzione Industriale e la personificazione di quest’ultima nella Donna: ho cominciato a studiarne la composizione, perché mi piace modificare le strutture geometriche per creare immagini in 3D. I colori provengono dalle lenti degli occhiali 3D, il rosso e il verde, e tutto ciò è diventato la struttura della mia collezione, fatta di una serie di triangoli. La stessa struttura l’ho usata anche per la giacca rossa, ispirata alle giacche dei motociclisti, che ha sul retro la parola Liberté, non solo per il romando al nome dell’opera, ma perché mi sono sentita completamente libera nella realizzazione di questa collezione. Infine tutto ciò che ho fatto è riportare questo pattern di triangoli in ogni abito e oggetto.

 

Il tuo processo creativo? 

Tutto accade attraverso il computer, che è diventato una parte fondamentale del mio processo creativo. Per me è molto più vantaggioso, perché posso vedere tutto ciò che faccio attraverso uno schermo, invece di usare i metodi tradizionali come carta, righelli e tessuti, i quali hanno bisogno di essere tagliati, senza realmente sapere cosa ne verrà fuori. Il computer mi permette di realizzare un abito per qualcuno senza nemmeno averlo mai incontrato, perché tutto ciò di cui ho bisogno per creare abiti che calzino a pennello, è inserire le misure in un’applicazione. Penso che la stampa 3D consenta di ottimizzare alcuni processi, avendo una ricaduta positiva non solo per me come designer, ma per l’intero mondo, perché oggi si è molto più interessati all’ambiente e alla provenienza dei nostri capi di moda rispetto a prima.

 

Sei la prima designer ad aver dato la possibilità ai propri clienti di creare una giacca attraverso la stampa 3D. Come pensi che questa tua invenzione possa funzionare in futuro? Pensi che anche altri brand potrebbero approcciarsi a questo tuo metodo? Credi che la possibilità di personalizzare i propri capi e ricreare le proprie idee, possa in qualche modo ridurre la domanda sul mercato e risolvere il problema del fast fashion e dello spreco dei vestiti?

La mia idea non è quella realizzare una giacca per i consumatori ma di permettere loro di creare in autonomia una giacca, del colore, della taglia che preferiscono. Il mio ruolo di designer sparisce, perché non ho nessun tipo di inventiva, ma sono semplicemente un tramite tra il cliente e il risultato finale: ciò che stampo e vendo è fatto soltanto per un cliente specifico, perché non tutti hanno la conoscenza o una stampante nel proprio appartamento per realizzarsela da soli. Lo stesso processo potrebbe essere utilizzato da qualsiasi brand: tra qualche anno, quando tutti avranno nelle proprie case una stampante e i materiali saranno molto più simili al cotone, alla seta, alla pelle o a qualsiasi altro tessuto, il ruolo dei designer sarà soltanto quello di realizzare milioni di capi diversi e di caricarli sui propri siti web. Ogni cliente che ama quelle idee, quelle silhouette e il punto di vista di un determinato brand, può scegliere di scaricare e comprare il file dell’abito. In questo modo si passerà dal fast fashion, che ha un impatto negativo sull’ambiente, ad una moda ancora più veloce ma meno inquinante, perché tutto sarà basato soltanto su file. Le persone potranno decidere cosa indossare a seconda degli ultimi caricamenti e del tempo, stampando tutto mentre si preparano al mattino: ad esempio si può decidere se stampare un vestito in lana o in seta a seconda se sia una giornata soleggiata o piovosa. Immagino un futuro così, perché non si sa esattamente in quale direzione stia andando il mondo, ma sicuramente sarà una realtà sempre più digitale, come dicono gli esperti.

 

Tornando alle tue collezioni, ho letto che i tuoi tessuti sono composti da Filaflex, ma come funziona? La sua elasticità dà ai materiali la possibilità di allungarsi il più possibile, quindi le tue realizzazioni sono taglia unica, o ogni abito ha una taglia precisa ed è fatto su misura?

Le mie collezioni sono fatte di Filaflex, uno dei materiali più elastici esistenti sul mercato oggigiorno. È molto forte e rimarresti sorpreso nello scoprire quanto sia morbido al  tatto, a differenza di quello che può sembrare dalle foto. In ogni caso non è comunque come indossare seta o una qualsiasi T-shirt di cotone. Ho deciso di lavorare con questo materiale perché ho scoperto che, se combinato con altri tessuti dalla struttura flessibile, avrei potuto ottenere una fluidità e una sensazione piacevole al contatto con la pelle. La macchina con la quale lavoro è molto piccola e tutto è realizzato in molti piccoli pezzi: dopo averlo creato al computer, apro tutto su un software diverso di modellazione 3D, affinché ogni parte si adatti alla misura di stampa. Ogni volta che stampo un abito ho zero sprechi, perché tutto ciò che stampo, come le maniche o il davanti e il dietro di un abito, è stampato perché deve essere qualcosa, quindi non ho resti di materiale. Ho anche la possibilità di scegliere se farlo di una taglia specifica o se stamparlo semplicemente in una taglia media o piccola, perché ogni pezzo è creato singolarmente e posso controllare ogni piccolo dettaglio: se una persona ha una taglia piccola ma ha le braccia lunghe, posso modificare la lunghezza delle maniche, senza alterare le altre misure. Posso sempre prendere il controllo di questa situazione, infatti lo faccio spesso: se conosco la taglia della modella, posso farle un vestito che le calzi bene.

 

Ogni tuo abito è fatto da una serie di triangoli che ricordano i pizzi, ma questi pattern a rete rappresentano soltanto una scelta stilistica o sarebbe troppo pesante indossare una trama fitta?

Delle mie collezioni posso decisamente controllare tutto. L’unico limite che si ha con le stampanti 3D è la tua immaginazione, quindi quando realizzo qualcosa con i triangoli, è perché ho scelto di farla così, ma al posto dei triangoli avrebbero potuto esserci cerchi o altro. Ovviamente nel momento in cui creo qualcosa che non ha questo pattern, come ad esempio l’abito nero che non è vedo-non vedo, è più pesante di quelli con una trama aperta. In ogni caso posso comunque controllarne lo spessore, il peso, ma ovviamente pesa un po’ di più se ha una trama più fitta.

 

Israele è la tua città e il posto in cui hai studiato. Come è considerato il mondo della moda lì? Siamo abituati a vedere i designer israeliani impegnati nel mondo dell’alta moda, come mai tu hai deciso di approcciarti al pret-à-porter e com’è la tua moda rispetto a quella di qualche altro designer della tua nazionalità?

In Israele siamo molto conosciuti per gli abiti da sposa e da sera.
In realtà, siamo un paese marittimo, quindi tutti sono vestiti casual e sportivi. Per me la moda è altro: i designer trovati online, che lavorano con le stampanti 3D, fanno tutti vestiti poco indossabili, molto simili a sculture. Io credo che il fine della tecnologia sia di migliorare le nostre vite, quindi volevo creare qualcosa che si potesse indossare in ogni momento della giornata, ad esempio per andare a prendere un caffè o al supermercato. Alcuni dei miei vestiti e delle mie gonne sono fatti in parte con tessuti veri, altri con la stampa 3D, e li indosso praticamente ogni giorno. Le persone sono incuriosite e si avvicinano per toccarli o chiedere cosa siano, ma possono essere indossati con tutto, persino un paio di jeans. Il mio intento era quello di creare qualcosa con la tecnologia che fosse semplice da indossare e portare in giro, con dei look molto casual.

 

Come descriveresti la tua città in tre parole?

Di ampie vedute e innovativa. Se qualcuno ha un’idea folle, ci sarà sicuramente sempre qualcuno pronto ad ascoltarlo e ad aiutarlo nel raggiungere grandi obiettivi. A differenza di New York, dove tutto è molto ufficiale e nessuno è disposto a perdere il proprio tempo o a diffondere le proprie conoscenze, noi qui siamo molto più aperti a nuove idee.

 

Hai lavorato al tuo progetto per un intero anno, cosa hai ascoltato mentre lavoravi ai tuoi progetti?

Tutto ciò che ho ascoltato è stata la mia intuizione, perché i miei professori continuavano a dirmi che il mio progetto era impossibile da realizzare. Per me è stata una grande lezione, non soltanto come persona, ma anche nel ruolo di studente, perché mi ha permesso di capire che l’opinione di una singola persona non vale nulla e nella vita bisogna rischiare e credere in se stessi e nei propri principi per compiere grandi cose e affrontare grandi sfide. Prima di iniziare la mia collezione di tesi non sapevo nulla della stampa 3D, ho imparato tutto da sola. Quindi, tirando le somme, tutto ciò che ho ascoltato sono state le mie supposizioni e la mia intuizione.

 

Ci sono altri fashion designer ai quali ti ispiri?

Sì, certo. Il primo tra tutti è Balmain. Sono sempre lì ad aspettare con cosa Olivier Rousteing verrà fuori. Penso che sia un genio per quanto riguarda l’uso delle texture, ma è anche molto innovativo, per questo le sue creazioni sono sempre così interessanti e creative. Tra i miei desideri c’è di poter collaborare con lui un giorno. Un’altra designer che apprezzo è Iris Van Herpen. È il mio mentore da sempre, fin dalla prima volta in cui ho realizzato di voler lavorare nella moda. Ha subito catturato il mio interesse e credo che sarà per sempre la mia più grande inspirazione.

 

Hai realizzato un vestito per la ballerina Amy Purdy per i Giochi Paralimpici, ma chi ti piacerebbe vestire in futuro?

Per adesso credo Gal Gadot, un’attrice israeliana che ha fatto un lavoro fantastico recitando nel ruolo del nuovo film di Wonder Woman. Credo che lei rechi molto orgoglio al mio paese e a me, come persona e designer. È sulla mia lista dei desideri al momento. È una persona con i piedi per terra e una super donna, quindi credo che sia un po’ sfacciato da parte mia, ma mi piacerebbe sicuramente vestirla.

 

Poco tempo fa ho letto della costruzione di una casa interamente realizzata con la stampa 3D, così come parti meccaniche delle auto. Quanto è e quanto sarà influente la tecnologia e la stampa 3D nella vita umana?

Penso che non si possa escludere la tecnologia dalle nostre vite, ma dovremmo abbracciarla, altrimenti sarebbe come rifiutare la conoscenza della nostra società e del nostro mondo. Se la tecnologia esiste è per migliorare le tecniche e gli strumenti della costruzione di case, auto o altro. Per me non cambierà nulla: le macchine non ruberanno il nostro lavoro, perché ci sarà altro a disposizione a colmare i nostri bisogni. Penso che la presenza delle macchine nel nostro lavoro possa essere un grande obiettivo, perché tra un centinaio di anni gli uomini non avranno più bisogno di lavorare, ma avranno la possibilità di impegnarsi in cose molte più importanti, come la società e il genere umano.

 

Quali sono i tuoi piani per il futuro?

Il mio piano per il futuro è di continuare ad innovare e sperimentare con questa nuova tecnologia. Sto lavorando su una nuova collezione in cui ogni abito sarà realizzato con una tecnologia diversa. Sto lavorando anche allo sviluppo di filamenti migliori, cercando di raggiungere una soluzione che sia molto più vicina al mondo della moda e ai filati tradizionali. Spero inoltre di continuare a creare e fare splendide collaborazioni, perché mi piace davvero molto quello che faccio, tanto da non considerarlo nemmeno un lavoro.

 

Chiudi gli occhi e pensa ad una forma o ad un oggetto con il quale descriveresti il tuo Paese.

La prima cosa che mi è venuta in mente è la forma di un cuore.